martedì 29 gennaio 2013

IL RICORDO DELLE FOIBE ATTRAVERSO NORMA COSSETTO

È scritto da qualche parte che, quando una guerra comincia, la prima vittima è la verità e che, quando essa finisce, le bugie dei vinti vengono smascherate, mentre quelle dei vincitori diventano storia. È vero, manca però il caso in cui la verità, anziché essere manipolata, viene nascosta, immersa nell’oscurità di ideologie tanto più insidiose quanto più negate. Se poi si affonda il coltello della ricerca storica nella torbida materia degli eventi che sconvolsero la terra in gran parte di quello che Erich Hobsbawn ha chiamato il secolo breve (ma di lunga ferocia), ecco che i contorni delle responsabilità e delle colpe dirette o di ritorno sfumano nell’indistinto di un tempo sempre più lontano e più intaccato dai revisionismi d’annata. I ricordi si spengono e dove non possono esserci, ossia tra i giovani, vengono facilmente sostituiti da interpretazioni “trasferite” e dunque esposte ai peggiori passaggi ideologici. 

Sappiamo che oggi, in tempi in cui al saluto romano si alternano i pugni chiusi dei compagni che del brigatismo assassino continuano a fare la stagione di una giusta lotta al capitalismo, proprio nelle società che più hanno sofferto degli orrori della guerra nazista e antinazista, allignano forme di un neonazismo che riportano alle idee e alle simbologie di un sistema politico osceno, che è stato capace di una organizzazione di morte senza precedenti: un fanatismo alimentato dalle pulsioni negazioniste e che trova altresì le sue ragioni nella storica avversione della destra più radicale alle istituzioni e alle regole della democrazia. Proprio per contrastare il diffondersi di una tale vergognosa cultura soprattutto con lo strumento della memoria restituita, si sono consacrate giornate a essa dedicate, a breve distanza l’una dall’altra, ma tra loro lontane nelle circostanze e nell’opposto significato che le sottende: perché Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa, il braccio armato di quello stesso comunismo che doveva macchiarsi della ignobile pratica delle foibe. Dell’Olocausto, la Shoah ebraica, si seppe subito e la condanna del mondo è stata unanime: da Anna Franck a Primo Levi, da Peter Weiss alla Arendt, la “soluzione finale” del nazismo ha trovato i traduttori che ne hanno consegnato il ricordo alle pagine di una drammatica letteratura di testimonianza e di denuncia. Lo stesso non è avvenuto per la tragedia che negli anni della guerra e subito dopo coinvolse le popolazioni dell’estremo confine orientale del Paese, dove il IX Corpus dell’Armata popolare jugoslava fu applicato alla pulizia politica ed etnica che avrebbe dovuto, secondo i piani titoisti, purificare le terre dell’Istria e della Venezia Giulia da tutti gli oppositori – veri e supposti – della politica annessionistica di Tito (il sanguinoso episodio della Malga Porzus con i partigiani osoviani massacrati dai garibaldini filo jugoslavi ne fu la tragica avvisaglia). Nelle voragini carsiche delle foibe, a centinaia finirono fascisti, antifascisti soprattutto italiani incompatibili con quella politica: per finirci poteva bastare una qualsiasi denuncia frutto di personale antipati. Di tutto questo per anni si è parlato e saputo poco, tranne s’intende che nei luoghi della strage; il pubblico e ufficiale riconoscimento, nonché la ricostruzione completa di quella orribile vicenda, sono infatti piuttosto recenti, e molte e complesse le ragioni: dalle coperture politiche alla mutata situazione mondiale, alla rimozione delle colpe e delle responsabilità di un’Italia fascista che aveva invaso la Jugoslavia al fianco dei nazisti, spesso adottandone i metodi di oppressione e repressione. Oggi non si deve tuttavia abbassare per così dire la guardia, perché l’incomprensione, l’intolleranza, la discriminazione, la violenza sono sempre in agguato; per questo un plauso va rivolto all’amministrazione di Calalzo, che ha voluto intitolare la sala consiliare a Norma Cossetto, la giovane istriana, medaglia d’oro al valor civile, martirizzata e infoibata dai partigiani slavi nell’ottobre del ’43. Ci sarà una targa che la ricorderà a tutti coloro che entreranno in quella sala e quando a farlo saranno i giovani, quel nome e quel sacrificio potranno servire a richiamarli alla coscienza di una storia da cui bene o male è nata la nostra Italia, e che perciò è anche la loro.
Intervento di Ennio Rossignoli su Il Corriere delle Alpi di oggi